Il lavoro

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Il lavoro e l’impresa sono due facce di una medaglia. Ovvero, con altre parole, rappresentano l’insieme dei produttori, dunque di coloro al servizio dei quali andrebbe posto ogni intervento legislativo e amministrativo perché dalla loro attività deriva la crescita del Paese e il benessere dei singoli.
Non sempre è così, tutt’altro. Con franchezza bisogna, però, riconoscere che vi sono anche responsabilità sia delle imprese sia dei lavoratori che si assommano a leggi astruse e scelte politiche sbagliate.

Il peggior mercato del lavoro in Europa

Nel 2001 Marco Biagi definiva quello italiano «il peggior mercato del lavoro europeo». Colpa di tassi di occupazione molto bassi, di regole complesse e spesso fuori dal tempo. Otto governi e 14 anni dopo la situazione non sembra essere migliorata di molto. A fine anni Novanta il tasso di occupazione in Italia era pari al 51%: nove punti in meno rispetto alla media dell’Unione Europea a 15 Stati.
Oggi il tasso di occupazione è salito di quattro punti percentuali (55%), ma la differenza rispetto ai competitor europei è rimasta invariata. Continuiamo a essere, quindi, uno dei Paesi con meno gente attiva al lavoro e questa caratteristica assume i contorni di una vera e propria patologia strutturale se guardiamo ai dati relativi ai giovani: oltre il 40% degli under 25 italiani è senza lavoro (contro una media europea del 22%) e, cosa ben più preoccupante, non si arresta il fenomeno dei Neet (not in employment, education or training).
La quota di ragazzi che non hanno un’occupazione e, al tempo stesso, non sono a scuola o non seguono un percorso di formazione si attesta al 26,4% della popolazione giovanile con punte del 35% nelle regioni del Mezzogiorno (fonte Istat).
Il deterioramento delle condizioni economiche generali ha messo ancor più in luce la difficoltà che il nostro Paese riscontra nell’offrire a imprenditori e lavoratori un mercato del lavoro equo,dinamico, meritocratico, capace di rispondere con rapidità ai mutamenti di scenario. Dal 1996 a oggi i modelli produttivi si sono profondamente trasformati e questo dato è comune alla stragrande maggioranza dei Paesi europei. Per l’Italia avrebbe dovuto rappresentare un grande vantaggio e uno stimolo a promulgare celermente quelle riforme che tutti i Paesi erano chiamati ad adottare. Dalla fine degli anni Novanta a oggi, nel resto d’Europa si sono messe in cantiere importanti riforme che hanno inciso sulle dinamiche e sulla qualità del mercato del lavoro. L’Italia non è stata da meno, realizzando almeno quattro grandi interventi legislativi (Treu, Biagi, Fornero e Jobs Act), incapaci tuttavia di dirimere le contraddizioni antiche del nostro sistema, quantunque vada riconosciuto che soprattutto la riforma Biagi, seppur mai completata, ha garantito una discesa rapida dei tassi di disoccupazione e il numero più elevato di persone al lavoro degli ultimi vent’anni. Le riforme
hanno inciso in maniera limitata per la difficoltà precipuamente italiana ad applicare con rapidità le norme che il Parlamento licenzia.
È successo quindi che gli altri Paesi hanno dato corso alle riforme e le hanno implementate mentre qui, dopo qualche conferenza stampa di presentazione dei nuovi interventi governativi, si è perso tempo nell’attuazione pratica di quei dispositivi. Oppure, melius re perpensa, si sono adottate modifiche volte a edulcorare i provvedimenti assunti. Si guardi, a paradigma, alla riforma Fornero del 2011: nel 2014 erano già sette le modifiche sostanziali che vi erano state apportate.
C’è poi chi sostiene anche la tesi contraria, e cioè che il nostro mercato del lavoro sia messo così male a causa di una profonda sofferenza del nostro sistema produttivo (manifatturiero in particolare).In questi casi si cita spesso la frase: «non si crea lavoro per decreto». È forse una massima ben fondata, ma va ricordato che per decreto si può anche distruggere il lavoro che c’è o che ci sarebbe, e ne sono prova i disastrosi risultati della riforma Fornero che, irrigidendo gli strumenti con cui gli imprenditori potevano assumere, ha finito per scoraggiare le imprese, facendo aumentare pure il numero di rapporti risolti o mai avviati. Né il Jobs Act pare salvifico: tutt’altro, ha infatti facilitato la stabilizzazione dei rapporti più che nuove assunzioni. Non è vero che la crescita del pil da sola traina l’occupazione: l’aumento della ricchezza prodotta è un dato necessario, ma non sufficiente. I Paesi dove le politiche del lavoro funzionano meglio (dove c’è un mercato del lavoro dinamico, dove vi sono le politiche attive più funzionali, ecc.) sono anche quelli in cui l’occupazione è proporzionalmente calata meno rispetto allo scadimento del pil.
A questa condizione già di per sé delicata si è poi aggiunta la inadeguata riforma del titolo V della Costituzione – in parte rivista – che ha avuto, in tema di lavoro, un impatto devastante. Mentre in Europa le politiche di indirizzo sono affidate al livello nazionale e l’organizzazione dei singoli servizi è demandata alle istituzioni locali, in Italia si è scelta una via completamente in controtendenza: il cosiddetto «federalismo» ha infatti attribuito potere di indirizzo e risorse per l’attuazione alle regioni, spesso sprovviste della visione e delle competenze necessarie per affrontare un tema così complesso. Il risultato sono 20 sistemi tutti disallineati, che non comunicano, che hanno banche dati separate e che implementano misure e strumenti di monitoraggio completamente diversi tra loro.

Massimo Blasoni – Imprenditore e Presidente del Centro studi ImpresaLavoro
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NON È UN TABU PASSARE AL PRIVATO, BASTA FARLO UN GRADINO PER VOLTA

LA VERITÀ, 28 Marzo 2019

Il sistema pensionistico italiano non soltanto è molto costoso (la nostra spesa pensionistica su Pil è una delle più rilevanti d’Europa): è soprattutto poco efficiente. L’attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all’INPS che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia o invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse.

Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10mila euro annui per trent’anni investendoli in un Fondo pensione con un rendimento del 2,5%. Accumulerebbe un montante di 410mila euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l’INPS. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d’età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto.

È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l’ISTAT a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati.

Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l’anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l’apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L’Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt’altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell’aspettativa di vita media.

Secondo il bilancio consuntivo dell’INPS, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all’anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell’INPS a 7 miliardi medi l’anno.

L’insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell’INPS, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale: in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensionistico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l’allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni). Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati.

Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l’INPS a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità.

Massimo Blasoni
Imprenditore e Presidente del Centro studi ImpresaLavoro

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DA DOVE ARRIVERÀ LA PROSSIMA BOLLA SPECULATIVA

IL TEMPO, 7 marzo 2019

L’instabilità politica, la bassa crescita del Paese e la riduzione degli investimenti pubblici – scesi da 54 a 34 miliardi negli ultimi otto anni – non aiutano certo la vita delle imprese. Tuttavia non sono poche le aziende medie e grandi in Italia a conseguire buoni risultati, merito soprattutto del coraggio e della creatività di tanti imprenditori.

Poiché nelle cessioni d’azienda vengono riconosciuti alti multipli dell’EBITDA (il margine operativo lordo), molti di questi sono disponibili a cedere la loro impresa a grandi Fondi e società di Private Equity: in tal modo si vedono garantiti elevati corrispettivi che vanno ben oltre i valori che altrimenti verrebbero loro riconosciuti dal mercato azionario. Tra l’altro la tassazione sulle plusvalenze da rivalutazione delle quote che si registra in caso di cessione a un Fondo è ben più vantaggiosa di quella applicata al capital gain.

Com’è noto, la contrazione del credito alle imprese (diminuito di 214 miliardi dal 2011 al 2018) e il Quantitative Easing hanno sostanzialmente reso disponibili larghe quantità di denaro che vengono in parte gestite da Fondi e Private Equity. Le banche trovano infatti più rassicurante finanziare investitori istituzionali anziché il sistema delle imprese dove molte realtà hanno un basso merito creditizio.

Il denaro però non dorme mai e gli investitori lo reimpiegano sovente in investimenti immobiliari o in partecipazioni di maggioranza di aziende con buona redditività. Si spiega così il frenetico shopping da parte dei Private Equity che ha avuto l’effetto di innalzare la valutazione delle aziende, forse anche al di sopra dei loro effettivi valori. Secondo l’ultimo Rapporto KPMG l’anno scorso sono stati conclusi 110 passaggi per un controvalore di 12 miliardi: metà di queste aziende sono state acquisite da investitori italiani, l’altra metà invece da Private Equity esteri.

Come detto, i prezzi si sono significativamente innalzati e per molti imprenditori la tentazione di vendere può diventare irresistibile. Questo fenomeno rischia di rendere più fragile il nostro sistema economico, e non solo perché molte aziende italiane finiscono in mani straniere. Quel che soprattutto preoccupa è che la finalità di questo tipo di investitori è volta a generare molto rapidamente grandi plusvalenze e a rivendere spesso dopo appena cinque anni le aziende stesse.

Se in ogni decisione relativa alla vita delle imprese a prevalere è un approccio finanziario e non un profilo industriale, il rischio di bolle speculative è dietro l’angolo e le recenti vicende ci insegnano quanto questo possa essere pericoloso. Far crescere e internazionalizzare le imprese è importante ma spersonalizzare spesso non paga. A maggior ragione in un sistema come quello italiano fatto di piccole e medie imprese e di molti capitani coraggiosi.

Massimo Blasoni – Imprenditore e Presidente del Centro studi ImpresaLavoro
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La cosiddetta «società civile»

di Massimo Blasoni

Società civile e politica non rappresentano una dicotomia. Certo la politica finisce per essere una corporazione, una delle tante, mai suoi membri sono stati e restano società civile. La politica, se si vuole, è società civile assurta a un diverso ruolo: in ultimo, però, è specchio dell’intera comunità.
Gli atteggiamenti opportunistici o emotivi che dominano i cittadini alla fine si riverberano su un’azione politica troppo condizionabile dagli umori del momento e quindi orientata verso la demagogia.
Non si tratta di vagheggiare scriba illuminati o di pretendere dal pubblico quel «degasperiano» guardare oltre le prossime elezioni,ma di comprendere che coesistono due ambiguità: quella rappresentata da un ceto politico che privilegia l’acquisizione del consenso alla responsabilità e quella, altrettanto censurabile, di un elettorato che preferisce non affrontare responsabilmente i problemi. Siamo dinanzi a un continuum nella società civile-politica: pernicioso, però. Ovviamente non è sempre così e in qualche caso la società civile anticipa il legislatore, sapendo talvolta fotografare prima della politica il mutare delle relazioni sociali, come nel referendum del 1974 sul divorzio.
Essa è però anche la sommatoria di troppi interessi particolari. L’Italia è piena di comitati di vallata, di quartiere e quant’altri, costituitisi solo per dire no: all’elettrodotto, alla Tav, ai rifiuti. Si ha a che fare con una difesa dell’interesse particolare che spesso non conosce ragione. Not in my backyard, lo slogan è sempre quello. I rifiuti vanno smaltiti, ma non vicino a casa mia: e questo anche se li ha prodotti la mia comunità. Le riforme sono necessarie, non quando mi riguardano direttamente. Tutto quello che è ragionevole in termini generali diventa quasi inaccettabile nel particulare. Questo non è un atteggiamento proprio delle fasce culturalmente più deboli. Tutt’altro. Vi è una refrattarietà estrema al cambiamento e quando dai gruppi si scende al singolo il problema si amplifica. Si contestano le raccomandazioni, ma solo se non ci riguardano. Si afferma in modo convinto di essere contro l’evasione quantunque
poi non si chieda la fattura. E si badi bene: non è questo un atteggiamento motivato unicamente dalla presenza di uno Stato pervasivo e tassatore, non è solo l’antagonismo a un Moloch che pure talora pare privarci della libertà.
Il privilegio del singolo finisce per imporsi anche a scapito delle libertà altrui: si fa semplice egoismo. E dietro il paludamento delle giustificazioni sempre ben congeniate (e spesso vissute come reali) esprime una dimensione assai gretta. Ovviamente non si può generalizzare e nella nostra società vi sono splendidi esempi di volontariato e dirittura morale. È però evidente che singolarmente presi,molto spesso, gli italian esprimono un particolarismo ben poco nobile. E collettivamente domina l’emotività, la xenofilia, l’inclinazione alla seduzione passeggera e poi all’ostracismo nei riguardi di sistemi politici prima amati e poi vituperati. E le malefatte di chi governa vengono contestate solo quando inizia a essere in discussione quel benessere che quel ceto politico doveva garantire.Gli aumenti ingiustificati e le assunzioni inutili non sono forse la rappresentazione di un gigantesco e ben gradito voto di scambio? Quanti sono coloro che hanno rifiutato le pensioni a 40 anni di età?
In questo senso – va ripetuto –, interfaccia della società civile sono non soltanto la politica, ma anche il sindacato, le associazioni di categoria, le Camere di Commercio: tutti soggetti che si sono istituzionalizzati sempre più e in cambio del loro crescente potere hanno contribuito a erogare provvidenze, entrando a pieno titolo in quell’ordito consociativo costituito da molteplici centri di decisione. E gli ordini professionali? Non sono forse anch’essi lo specchio di una medesima realtà? Notai, avvocati, commercialisti, medici,farmacisti e via dicendo sono riusciti, nel corso degli anni, a garantirsi varie e crescenti tutele: da tariffe professionali definite a numeri limitati per l’accesso a determinate professioni. E tutto ciò è avvenuto a discapito della libera concorrenza e della tutela dei diritti dei cittadini, costretti a pagare di più per prestazioni e servizi.
In questo quadro, come si colloca il rapporto tra le generazioni? I giovani che oggi vivono una drammatica crisi dell’occupazione sono, va detto in tutta onestà, anche loro figli di un percorso socio-culturale esageratamente protettivo. L’età media dell’emancipazione abitativa in Europa è 20 anni, da noi è 30. È certamente vero che le condizioni occupazionali in Italia sono difficili, ma al tempo stesso nel restare nella casa paterna si palesano due opposti egoismi: quello genitoriale e quello filiale. Il primo è nutrito di amore e possesso, l’altro talora di pigrizia.
Nel complesso (non in tutti i casi, è chiaro) si preferisce accettare condizioni di vita che sono via via peggiori, acquiescenti al declino, piuttosto che reagire. Come individui, certo, ma anche collettivamente.
La società civile partecipa alla politica non solo votando o astenendosi.Si è partigiani, divisi tra guelfi o ghibellini, oppure distratti e anche giustamente disincantati. In larga parte si è critici, anche se poi vi sono eserciti di candidati alle elezioni comunali del più piccolo paese, tutti pronti alle promesse più mirabolanti pur di essere eletti. Quegli stessi che fino a qualche giorno prima censuravano la dissennatezza della pubblica amministrazione, del partito e della spesa, all’improvviso difendono l’esistenza dell’ultimo comune, delle province, di quell’ente che improvvisamente potrebbero rappresentare. Vi è sempre qualche localismo da difendere, qualche rischio di esproprio del proprio territorio, del proprio ruolo, del prestigio di una comunità.
Parimenti il giudizio dei cittadini sui risultati di un’amministrazione è raramente ragionato. Il voto è più l’effetto di una precondizione culturale (comunque sono antidestra o antisinistra e viadicendo) e più ancora della capacità di far sognare, di promettere. Disincantata, ma desiderosa di demandare a qualcuno la soluzione dei problemi, la più parte dei nostri concittadini preferisce non approfondire.
Anche di questo la cattiva politica si nutre in un circolo vizioso, che essa in parte determina e da cui in parte è determinata. Con questo non si vuol dire che la società italiana nel suo complesso sia ammalata. Piuttosto che questo eccesso di egoismi, familismi,rapporti di clan e corporazioni non è per nulla liberale e finisce per non riconoscere nemmeno un minimo interesse generale.
Quello che ci può salvare è solo una diversa consapevolezza dell’eccezionale stato delle cose. Occorre che tutti sentano l’esigenza di una reazione insieme collettiva e individuale che implichi un vero ridimensionamento del ruolo dello Stato e l’enfatizzazione dei rapporti di sussidiarietà. Perseguire il nostro interesse è oggi paradossalmente rinunciare a una porzione di piccoli e grandi privilegi personali e nel contempo lavorare alla costruzione di una società privatizzata ed efficiente.

Tratto dal Libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

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I NAVIGATOR RISCHIANO DI PERDERE LA ROTTA

IL GIORNALE, 14 febbraio 2019 – Intervento di Massimo Blasoni

Il nostro Paese non brilla certo per efficienza quanto a formazione e politiche attive per il lavoro. Un esempio è quanto avviene in Friuli Venezia Giulia, una Regione a statuto speciale e per giunta del Nord. Le norme impongono a case di riposo ed ospedali di avere tutto il personale con qualifica di Operatore dei Servizi Sociali. La disposizione è degli ultimi anni e ha imposto a moltissimi lavoratori di acquisire rapidamente il titolo per mantenere il proprio posto di lavoro. Peraltro il settore è in crescita e dunque richiede costantemente un maggior numero di operatori specializzati. Malgrado questo, non vengono indetti dalla Regione – l’unica titolata a farlo – che pochissimi corsi di qualificazione. Solo alcune decine di ambitissimi posti l’anno a fronte di migliaia di domande. Sia chiaro, non è consentito a privati o associazioni di categoria di promuovere autonomamente i corsi. L’effetto paradossale è che da un lato ci sono donne che perdono il loro lavoro per carenza di titoli mentre dall’altro le aziende sono costrette a cercare in altre regioni o all’estero operatori muniti di qualifica.

Questo è solo uno dei tantissimi casi di cervellotica burocrazia italiana. Tra l’altro viene spontaneo supporre che chi rimane senza un’occupazione finirà poi per chiedere il… reddito di cittadinanza. Per trovare lavoro non bastano i Centri per l’impiego, innanzitutto per la carenza di organico: se raffrontati a quelli di Paesi come la Francia e la Germania sono decisamente sottodimensionati. Un dato per tutti: i Centri per l’impiego italiani contano all’incirca 8mila operatori contro i 55mila addetti dell’agenzia pubblica francese Polè Emploi, a fronte di un contesto demografico comparabile. Pensare però che saranno risolutivi i nuovi 10mila navigator, che le disposizioni sul reddito di cittadinanza annunciano, sarebbe un errore. Il matching, l’incontro tra imprese e lavoratori, ha innanzitutto bisogno di una coerenza tra offerta formativa e domanda, che troppo spesso latita. Non basta rafforzare i Centri per l’impiego. Formare un numero adatto di professionisti dell’Information Technology, analisti dei big data, ma anche di progettisti meccanici, tornitori e fresatori specializzati è fondamentale e serve alle aziende e ai lavoratori molto più che ogni forma di sussidio.

Massimo Blasoni

Imprenditore e Presidente del Centro studi ImpresaLavoro
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L’ITALIA È SPENDACCIONA MA I SERVIZI SONO SCARSI

LA VERITÀ, 31 Gennaio 2019 – Intervento di Massimo Blasoni

Se ne parla poco, l’argomento sembra passato di moda, ma restano un fatto le vistose differenze nella dimensione e nell’andamento della spesa pubblica pro capite consolidata sostenuta nelle varie regioni italiane. I valori fotografati nel Rapporto annuale 2018 della Ragioneria generale dello Stato certificano infatti un abisso tra gli 8.203 euro spesi in Veneto (diminuiti peraltro di 83 euro rispetto all’anno precedente) e i 15.448 spesi in Valle d’Aosta o i 13.431 spesi in Trentino Alto Adige (aumentati rispettivamente di 1.683 e 539 euro rispetto all’anno precedente).

Questo tipo di dato viene ottenuto considerando ogni importo sostenuto in ciascuna regione da qualsivoglia organismo pubblico e tiene dunque conto delle spese dello Stato, della Regione, degli altri enti locali e di ogni Fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie, enti previdenziali compresi. Tutto, insomma. Nella classifica delle regioni più spendaccione – dopo le già citate Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige – seguono Lazio, Friuli Venezia Giulia e Molise. Tra le più parche (a far compagnia a Veneto e Lombardia) ci sono invece Puglia, Emilia Romagna, Marche e Sicilia.

L’evoluzione della spesa fa riflettere. Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra Regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, dal momento che si spende tanto al Nord quanto al Sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerarne anche la qualità. Prendiamo per esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese, anche se l’Istat ci dice che il costo pro capite è di poco superiore: 120 euro a cittadino, un’inezia. Si tratta pertanto di spendere meno ma anche e soprattutto di spendere meglio.

Dal trasporto pubblico ai servizi postali, troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Resta infine l’annosa querelle sui residui fiscali. Ci sono regioni che ricevono dalla mano pubblica più di quello che versano in tasse e imposte e viceversa: un tema spinoso. Su un punto però siamo tutti d’accordo: la spesa corrente in valore assoluto non accenna a diminuire e restiamo tra i più spendaccioni d’Europa.

Massimo Blasoni
Imprenditore e Presidente del Centro studi ImpresaLavoro

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LE TASSE

di Massimo Blasoni

Il funzionamento dello Stato rende necessario il pagamento delle tasse, che non sono avvertite come pregiudizialmente ingiuste se la sensazione è quella di un’equa controprestazione in servizi di interesse collettivo: strade, sicurezza, scuole. Si può discettare di quanto ampia debba essere la platea di questi servizi e in che misura competano allo Stato (per chi scrive – come si chiarirà in seguito – si tratta in ogni caso di servizi acquistati dallo Stato sul mercato e non direttamente prodotti), ma questo cedere una parte della propria libertà (qui intesa come una parte delle risorse prodotte con il proprio lavoro) e il demandarne l’utilizzo ai propri rappresentanti eletti, in democrazia, è la norma. Il tema si complica quando l’entità delle tasse è eccessiva e quando viene avvertita come sperequata rispetto all’efficienza dei servizi. Di più, quando la leva fiscale viene utilizzata in parte rilevante per spese ritenute inutili o per nutrire l’apparato stesso delle istituzioni. Un’avversione che cresce ancor più quando le imposte servono a sanare i deficit di fallimentari avventure imprenditoriali di Stato (da Montedison ad Alitalia) o quando si costruiscono strade al doppio del loro costo oppure opere di scarso interesse, a inseguire la vanagloria del governante di turno quando non più privati interessi. La tassazione rischia di diventare il cuore pulsante di una sorta di religione civile. Una statolatria che vede il cittadino privato del diritto a una controprestazione puntuale (il sinallagma tra imposta e specifico servizio non c’è). Le aliquote fiscali non sono l’espressione di una tassazione ritenuta equa sulla cui base commisurare la spesa pubblica. All’opposto, è la quantità di spesa a stabilire ogni aumento del carico fiscale e la spesa cresce inarrestabilmente. Non aiutano poi certamente né il fatto che il gettito tributario si componga di mille diversi balzelli, né la loro complessità e il costante mutare delle regole del gioco. Dalla legge “Sella” nel 1871 fino a Thaon Di Revel, da Vanoni nel dopoguerra fino a Preti, e poi giù giù fino a Visco e ai giorni nostri,tutti hanno voluto riordinare finendo quasi sempre per complicare. Le imposte in Italia, oltre a essere avvertite come eccessive dai cittadini, hanno condizionato la crescita dell’economia. Una delle ragioni cruciali della nostra crisi (e della crisi europea entro cui essa si colloca) è da individuare proprio nell’espansione del prelievo fiscale.
Se non si riuscirà a invertire il processo in atto, questo crescente spostamento di risorse dal settore privato al settore pubblico è destinato a mettere in grave crisi l’intera società occidentale. Nel corso della storia sono numerose le società fallite a causa di una tassazione abnorme: deve allora farci riflettere il fatto che nel corso del ventesimo secolo, nonostante il massiccio ricorso all’indebitamento e all’espansione monetaria, la tassazione abbia raggiunto livelli sempre più alti e sia aumentata mediamente di cinque volte nella maggior parte dei Paesi occidentali.
Questa impennata della pressione fiscale nei Paesi europei è stata resa possibile dalla formidabile crescita economica conosciuta in questa fase storica. Livelli di prelievo che sarebbero stati considerati insopportabili da una società povera e senza alcuna capacità di sviluppo sono stati accettati, senza troppe reazioni, nelle fasi di boom ed espansione. Oggi le cose sono cambiate. Il nostro Paese ha uno dei sistemi tributari più pesanti e inefficienti d’Europa: la pressione fiscale è elevata, soprattutto su lavoro e impresa, e il sistema amministrativo è barocco, confuso e costoso in termini di tempo e risorse. E, soprattutto, lo Stato spende male. Nel nostro Paese questa dilatazione del prelievo tributario ha raggiunto livelli elevati, soprattutto negli ultimi venticinque anni, così che oggi la situazione è divenuta insostenibile. Dal 2005 al 2015 la pressione fiscale (apparente) è salita di 4 punti percentuali, passando dal 39% al 43%. In Europa questo è un primato. Nessuno è cresciuto come noi: i tedeschi hanno visto aumentare la pressione fiscale su Pil di non più di un punto percentuale, spagnoli e inglesi l’hanno ridotta. Il maggior peso per gli italiani è stato di decine di miliardi e questo spiega in parte le difficoltà delle famiglie e di un sistema produttivo in cui troppe aziende chiudono o subiscono significative contrazioni. La pressione fiscale reale, cioè tenendo in conto del
sommerso che non paga imposte, è oggi in Italia sopra il 50%. Quando un’economia indietreggia e la pressione fiscale cresce,è irragionevole attendersi una ripresa.
Vanno ricordati ovviamente anche il cosiddetto cuneo fiscale e la total tax rate per le imprese. Entrambi ci collocano tra i peggiori Paesi al mondo. Il nostro costo del lavoro è alto: è noto. Il problema più rilevante è che una parte eccessiva di quei denari non finisce in tasca ai lavoratori, ma in tasse. Esattamente il 48,2% nel 2014, contro una media Ocse del 36%. Una percentuale molto più alta che in Giapponeo Usa, entrambi intorno al 30%, o in Spagna 41% e Olanda (38%). Quanto alla total tax rate, cioè al carico fiscale complessivo di ogni tributo compreso che grava sui profitti delle imprese, vale la pena di citare qualche dato. In Italia è il 65,4% (fonte Doing Business 2015), in Germania è il 48,8%, nel Regno Unito il 33,7%, in Irlanda il 25,9%.
Un peso obiettivamente eccessivo, che disincentiva l’intrapresa in Italia e gli investimenti esteri. A peggiorare la situazione si aggiunge il numero rilevante di adempimenti: un medio imprenditore italiano ne effettua 15 ogni anno tra Ires, Irap, tasse sugli immobili e contributi. I versamenti allo Stato per un suo collega tedesco, invece,sono sei in meno e sette in meno per gli imprenditori inglesi,spagnoli e francesi. Non è finita, il rapporto annuale della Banca Mondiale ci segnala che a un medio imprenditore italiano servono 269 ore l’anno per gli adempimenti fiscali contro le 110 di un suo omologo inglese, se vogliamo un’ulteriore tassa. Nel ranking generale che misura la facilità per le imprese del sistema fiscale preso nei suoi vari aspetti (peso, complessità, tempi di pagamento), l’Italia si classifica tristemente ultima a livello continentale.
Anche la retorica della lotta all’evasione non ha portato a grandi risultati: gli importi recuperati sono di norma modesti. Per anni una quota significativa dell’economia è riuscita a sopravvivere in virtù di una limitata accettazione dell’evasione fiscale e del mercato nero da parte del sistema tributario; invece che lasciarsi alle spalle simili logiche con la riduzione della tassazione e il conseguente incentivo a uscire dall’illegalità, si è preferito reprimere ma senza successo. In via generale e a ogni passo, sono state ipotizzate riduzioni del carico fiscale che è invece sempre aumentato. Il risultato è stato una dilatazione della quota di ricchezza tolta ogni anno a famiglie e imprese per essere gestita dal settore pubblico.
Spesso le operazioni di riforma del sistema, che talora sono state annunciate come riduzioni del prelievo, nei fatti hanno finito per pesare sempre più sui bilanci di famiglie e imprese. Nel 2014 si è proceduto ad abbassare l’Irpef sui ceti medio-bassi, ma al tempo stesso è salito il prelievo sugli immobili e sono state introdotte tasse sul risparmio. Anche le promesse di contrazione delle tasse nel 2015-2016 paiono tradursi in sostanziali «partite di giro» con il contribuente: tolgo una gabella, ma ne impongo un’altra.
Eccessivamente oneroso, complesso, colpevole di disincentivare la libera iniziativa e togliere la voglia di lavorare, il sistema tributario italiano ha anche un altro grave vizio, che in larga misura spiega come sia stato possibile giungere al disastro attuale. Si tratta del fatto che il nostro fisco è troppo spesso occulto. In altre parole, quanti versano soldi allo Stato non ne hanno sempre consapevolezza piena e in tal modo non sono in grado di valutare quanto per loro sia oneroso il sistema tributario attuale. Il prelievo alla fonte e l’imposizione indiretta (l’Iva e non solo) rappresentano imposizioni fiscali di cui gli italiani sono certo a conoscenza, ma di cui faticano a valutare il peso. In Italia le imposte sul risparmio – capital gain, imposte di bollo, Tobin Tax – sono cresciute di nove miliardi dal 2011 al 2015. Le sole imposte di bollo sui depositi e strumenti finanziari sono aumentate nel periodo di quattro miliardi.
Nell’affastellarsi di acronimi le imposte complessive sulla casa sono aumentate dal 2010 al 2014 da 38,5 a oltre 50 miliardi (fonte ImpresaLavoro).
Un incremento non così evidente proprio perché le imposte sono molte e la legislazione è in costante evoluzione Se però la democrazia si regge sul principio einaudiano del «conoscere per deliberare», com’è possibile giudicare politiche e governanti quando non è facile sapere quale sia stato l’onere che si è dovuto sopportare?
In linea puramente teorica, il rapporto tra Stato e cittadino dovrebbe reggersi su una chiara definizione di quanto il cittadino riceve (servizi e beni pubblici) e di quanto egli è chiamato a dare. Ma l’ordinamento fiscale sembra talora pensato proprio per rendere poco trasparente la relazione tra potere e società.
Ne conseguono effetti molteplici e perniciosi: la compressione dei consumi e il disincentivo agli investimenti esteri, in primo luogo. Ma altre conseguenze sono la scarsa spinta all’innovazione (che non è certo defiscalizzata) del sistema produttivo, la bassa competitività delle nostre aziende rispetto a quelle di Paesi esteri con un total tax rate decisamente inferiore, l’incentivo all’evasione.

Tratto dal Libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni
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NIENTE RIPARTENZA SE LE AZIENDE RESTANO A SECCO

LIBERO, 3 Gennaio 2019 – Intervento di Massimo Blasoni

Si profila purtroppo un 2019 complicato per le imprese italiane e le previsioni di bassa crescita, se non di recessione, del nostro Pil rischiano di avverarsi. Tra i tanti, resta rilevante il problema del credito bancario, lo avvalorano gli ultimi dati disponibili di Banca d’Italia relativi al 2018. Se comparati con quelli del 2011 rivelano che lo stock complessivo dei prestiti alle imprese è sceso da 909 miliardi di euro a 695. Una riduzione di oltre 200 miliardi che solo in parte trova spiegazione nel ridotto merito creditizio o nella minore disponibilità a nuovi investimenti delle nostre aziende. In realtà le bariche sono meno inclini a rischiare, con l’effetto che la minore disponibilità di linee di credito concorre a frenare lo sviluppo e l’occupazione.

La conclusione del Quantitative Easing, con cui la Banca centrale europea acquistava per decine di miliardi i bond emessi dai singoli Paesi europei, rischia di aggravare il problema. Dobbiamo ricordare che i titoli di Stato italiani erano i terzi per volume di acquisti da parte della Bee: 3,6 miliardi al mese, pari al 16,2% del complessivo. La fine di questo flusso prevedibilmente aumenterà i tassi di interesse e renderà ancora più debole il sistema economico italiano. Le responsabilità degli istituti di credito rappresentano solo uno degli ostacoli per la competitività delle nostre imprese; ovviamente ci sono anche l’eccesso di burocrazia, gli scarsi investimenti pubblici in infrastrutture, la mancata digitalizzazione e molto altro. Bisogna peraltro riconoscere che sono in ripresa i prestiti alle famiglie e che le banche debbono far fronte all’enorme perdita di valore delle loro azioni in borsa.

Dall’inizio della crisi ad oggi le banche quotate hanno bruciato 215 miliardi. Tuttavia è chiaro che la restrizione del credito rende più complesso il lavoro delle imprese italiane, basti dire che in Germania e Francia dal 2011 ad oggi i prestiti alle aziende sono aumentati: per i cugini d’oltralpe di oltre 90 miliardi. Senza lo sviluppo delle nostre imprese non ci sono né crescita né nuova occupazione. Un fatto evidentemente non del tutto compreso anche dal governo a guardare l’ultima manovra che riduce gli stanziamenti per il sistema produttivo.

Massimo Blasoni
Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

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LA SPESA PUBBLICA

di Massimo Blasoni

Il livello alto e soprattutto poco produttivo della nostra spesa è un
fatto assodato. È pletorico ricordare le diecimila sedi ministeriali o i
costi di un sistema pensionistico troppo generoso nel passato e di un
esorbitante impiego pubblico. Non serve rammentare la sua crescita
inarrestabile dal dopoguerra a oggi e la sequela di sprechi di cui la
maggioranza di noi ha di norma un’esperienza diretta. Tanto per dare
un’idea il rapporto tra spesa e pil era del 31% nel 1937 e rimase stabile
nei decenni successivi arrivando a superare la soglia del 40% solo alla
fine degli anni ’70. Il rapporto crebbe ancora negli anni successivi e la
spesa arrivò a rappresentare il 50% dell’intero prodotto interno lordo.
Al di là dell’enorme dimensione della spesa, quello che va rimarcato è
l’incapacità italiana di porre un freno al suo incremento malgrado la
grave crisi. La spesa pubblica aumenta in Italia in rapporto al pil dal
47,8% del 2008 al 51,1% del 2014: un balzo in avanti, durante la crisi,
di 3,3 punti percentuali e superiore alla media dei Paesi dell’Unione
Europea (+1,6%). La Spagna fa meglio di noi (+2,5%) e la Germania
rimane sostanzialmente stabile. Scende invece il Regno Unito che
riesce a tagliare la sua spesa di 2,2 punti percentuali sul pil. Questi
dati tengono conto degli interessi sul debito perché se il riferimento
fosse alla spesa primaria si dovrebbe rilevare che siamo tra i pochissimi
in Europa che la vedono in aumento. Se poi dalle percentuali
sul pil passiamo ai valori assoluti ci accorgiamo che la nostra spesa
è passata da 780 miliardi nel 2008 agli 826 del 2014. Colpisce che vi
sia incremento, malgrado gli investimenti scendano. Insomma cresce
molto la parte corrente (stipendi, pensioni, acquisto di beni e servizi)
e si riduce invece quella per investimenti (strade, infrastrutture). In
questo stesso periodo l’Italia ha tagliato del 30% la spesa pubblica per
investimenti, che è passata dai 54,2 miliardi ai 38,3 dello scorso anno.
Mentre Germania e Francia sono rimaste stabili (con una contrazione
rispettivamente dello 0,1% e dello 0,3%). Dunque spendiamo di più
per la gestione corrente che per ammodernare il Paese e, anzi, i costi
pubblici crescono malgrado il forte taglio degli investimenti.
Pare interessante capire anche quali voci di spesa aumentino e
quali si riducano. Dal 2008 al 2014 – il periodo di riferimento – si
è tagliata la spesa per l’istruzione di sei miliardi (da 71 a 65) che invece nell’area euro è cresciuta. Si è anche ridotta di 1,8 miliardi la
spesa per la cultura, mentre sono salite quelle per la salute e per la
sicurezza. In crescita anche la spesa per le politiche sociali (+30%
gli invalidi civili) e quella per le pensioni e per l’impiego pubblico.
Il confronto con Paesi come il Regno Unito è impietoso. Lì la spesa
pubblica primaria è stata effettivamente ridotta. E i livelli di crescita
sono decisamente superiori ai nostri.
Il governo di David Cameron ha ridotto tra il 2010 e il 2013 la
spesa di una quantità che, tradotta in termini italiani, equivale a 16
miliardi di euro l’anno. In un triennio sono quasi 50 miliardi di minori
spese. Oggi l’economia britannica, nonostante sia stata colpita da una
crisi finanziaria più grave di quella che ha investito l’Italia, cresce tra il
2 e il 3% annuo. In Italia la crescita non ha superato lo 0,9% nel 2015.
Da noi la spending review è rimasta nel cassetto. Prima i dieci
incaricati da Padoa-Schioppa, poi nel 2012 Enrico Bondi, poi Piero
Giarda per arrivare con il governo Letta a Carlo Cottarelli e ora a Yoram
Gutgeld e a Roberto Perotti con Renzi Presidente del Consiglio. I
commissari alla revisione della spesa sono stati molteplici negli ultimi
anni, ma i risultati sono ben scarsi. Ovvero nulli, almeno a vedere il
segno «più» sui dati di bilancio alla voce uscite. Cottarelli stimò una
possibile contrazione strutturale dei costi (cioè durevole nel tempo)
in 42,8 miliardi annui. Un obiettivo certamente ambizioso. Se si fosse
avuto, più modestamente, un andamento della spesa primaria pari
a quello della media della zona euro dal 2010 a oggi, il risparmio
sarebbe quest’anno di una trentina di miliardi. L’Italia invece, pur la
più indebitata, ha visto crescere i propri costi. E non di poco. Perché
in Italia è tanto difficile ridurre la spesa? Il vero motivo risiede nel
grande spazio che Stato, regioni e comuni, in una parola la politica,
occupano nell’economia nazionale. Fintanto che quello spazio non
verrà drasticamente ridotto, la spesa potrà essere contenuta, ma non
scenderà abbastanza da consentire il taglio significativo delle tasse.
Lo Stato che spende non brilla affatto per oculatezza e se la spesa
è improduttiva non genera effetti moltiplicatori. Quegli stessi denari
in mano a famiglie e imprese, di norma, sarebbero invece un volano
per l’economia perché spesi meglio e più rapidamente. Pensandoci,
non è infondata la massima di Friedman: «Quando spendi i tuoi
soldi per te, usi la massima attenzione; quando spendi i tuoi soldi per gli altri, stai attento a quanto spendi, ma non alla qualità di cosa
compri; quando spendi i soldi degli altri per te, stai attento a cosa
compri, ma non a quanto spendi; quando infine spendi i soldi degli
altri per gli altri, spesso non ti interessa né cosa compri né quanto
spendi». Come spesso avviene quando a comprare è lo Stato.

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni


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Il debito, la spesa pubblica e le tasse

IL DEBITO

di Massimo Blasoni

In sé il debito non è tout court negativo. Risorse temporaneamente
spese anche in deficit per l’ammodernamento infrastrutturale, per
opere strategiche, possono corroborare la crescita di un Paese. Diventa
invece una terribile zavorra se le sue dimensioni sovrastano
il pil e se con quei denari, anziché creare condizioni di innovazione
e sviluppo, si è nutrita una spesa inefficiente e l’inclinazione a
risolvere problemi e tensioni sociali spendendo più di quello che
si incassa, malgrado un’imposizione fiscale enorme, come quella
italiana.
L’espansione del debito pubblico è un dato comune a tante democrazie
occidentali. In un loro ormai classico studio, James Buchanan
e Richard Wagner parlarono di «democrazie in deficit»,
mostrando le ragioni strutturali che inducono le classi politiche
a espandere la spesa senza ricorrere soltanto alla tassazione, ma
dilatando il debito. Sostengono, infatti, che ogni forza di governo
non indifferente al consenso e al progetto di restare al potere non
possa che adottare in qualche modo tale strategia.
Ovviamente queste scelte di spesa finanziate dal ricorso al prestito,
se smodate, penalizzano le generazioni a venire, ma nel breve
periodo (quello che conduce alle elezioni) evitano di accrescere la
pressione fiscale ovvero di ridurre la spesa pubblica e urtare in tal
modo i cittadini elettori.
Questo è vero un po’ ovunque e non a caso il debito pubblico
è un tratto comune di situazioni molto diverse. D’altra parte, la
spesa pubblica ha avuto un ruolo importante dopo il crollo di Wall
Street del 1929 e nelle prime fasi del dopoguerra europeo, per fare
qualche esempio.
In Italia, però, il debito ha assunto un carattere abnorme (superiore
al 130% del pil) a causa della particolare inadeguatezza dei
governi, che ne hanno abusato oltre misura e anche a causa di squilibri
sociali e territoriali cui si sono date non già risposte di mercato,
basate sullo sviluppo, ma semplicemente assistenziali. Ora però i
nodi vengono al pettine.
La situazione è resa ancor più drammatica dal fatto che al debito
pubblico va aggiunto quello pensionistico, troppo spesso sottovalutato
e che invece ha dimensioni perfino superiori. In definitiva,
l’Italia non soltanto è esposta di fronte ai titolari dei bond di Stato,
ma anche nei confronti di tutti coloro che in questi anni hanno
versato contributi previdenziali che non sono stati accantonati e
investiti allo scopo di finanziare la loro vecchiaia. Quei soldi sono
stati non di rado utilizzati per attribuire pensioni a chi non ne aveva
titolo o anche per altri scopi di natura «sociale» o pseudo tale: e
così oggi i lavoratori si trovano costretti a versare contributi altissimi
per offrire una previdenza, anche modesta, alla gran massa di
persone anziane del Paese. Salvo rischiare di non ricevere in futuro
la propria pensione.
Non bisogna dimenticare, per giunta, che sul piano demografico
dopo la Seconda guerra mondiale l’Italia ebbe un baby boom e ora
quelle generazioni sono giunte alla terza e quarta età. Numericamente
consistenti e politicamente assai dinamici (dal Sessantotto in
poi), questi figli di un’Italia incapace di gestire con responsabilità
la propria crescita hanno saputo strappare tutta una serie di «diritti
sociali» che sono stati spesso elargiti anche in assenza di una vera
copertura finanziaria.
Il risultato è che un lavoratore che oggi entra nel mercato del lavoro
deve dedicare una parte significativa del proprio anno lavorativo
a finanziare il debito pubblico, che è stato accumulato da chi negli
anni scorsi è vissuto al di sopra delle proprie possibilità, e le pensioni
destinate a chi ha versato soldi che sono stati malamente utilizzati.
Non è sempre stato così. I numeri che si raccolgono dal secondo
dopoguerra mostrano che il nostro Paese è ripartito in condizioni di
estrema sostenibilità del debito (valori addirittura inferiori al 40%
del Pil fino ai primi anni Settanta), per poi vedere i propri conti
messi in crisi dal deficit cumulato soprattutto negli anni Ottanta.
In quell’ultimo decennio di Prima Repubblica, infatti, il rapporto
tra debito e pil superò prima la soglia del 60%, per poi avvicinarsi
rapidamente a quella del 100%, sfondata proprio in corrispondenza
alla firma, travagliata, del Trattato di Maastricht del febbraio 1992,
che consentiva al nostro Paese l’ingresso in Europa in cambio
dell’impegno a ricondurre il rapporto debito/pil entro quel 60% in
un lasso di tempo «adeguato».
Proprio in quell’anno l’Italia si ritrovò nel mezzo della crisi finanziaria
più grave del dopoguerra, con il governo Amato in piena
Tangentopoli costretto alle misure più radicali e drastiche per risanare
i conti pubblici, come quella di elevare il livello di tassazione,
introdurre una patrimoniale sugli immobili (antesignana dell’Imu)
e una anche sui conti correnti, tramite il prelievo a sorpresa, in una
notte di luglio, del 6 per mille dai depositi degli italiani.
Nonostante queste misure, il 16 settembre del 1992 in uno degli
attacchi speculativi di maggior successo della storia, George Soros
mise in ginocchio la lira costringendoci a una svalutazione del 30%
e all’uscita dall’allora Sistema Monetario Europeo.
La Seconda Repubblica ereditò quindi un debito pubblico al 120%
del pil, ma riuscì a ricondurlo, grazie anche al contributo della crescita
economica, al di sotto del 110% prima dell’avvento dell’euro, e fino
quasi al 100% successivamente. La grave crisi di origine finanziaria che
perdura dal 2007 ha però vanificato questi sforzi, riportando il rapporto
tra debito e pil rapidamente al di sopra del 130%, il livello attuale.
Ciò che è successo nel 2011 (lo spread, la lettera di Draghi a
Trichet) ha a che fare con i mercati finanziari e la speculazione
internazionale che, quasi vent’anni dopo, ha messo in ginocchio
ancora una volta il nostro sistema di finanza pubblica, cogliendolo
nuovamente «scoperto» dalle protezioni che sarebbero arrivate
solamente più tardi, grazie agli interventi straordinari della Bce.
Il nostro è, infatti, un debito pubblico che, specie dopo l’apertura
del mercato dei capitali, non è solo in mani italiane. Con le ovvie
conseguenze.
Dunque, il crescere del debito è frutto di eccesso di spesa e di
congiunture internazionali.
Potremmo dire che il mondo della finanza internazionale non
perdona: ha punito il nostro debito nel 2011 e nel 2012 così come
vent’anni prima, e ora ci ritroviamo a incassare un suo peggioramento
nel rapporto con il pil, che ha superato il vecchio record (fermo
al 124% di vent’anni fa). Ma tutto ciò è accaduto evidentemente a
causa di una situazione formatasi, come già accennato, in un periodo
storico ben definito e ormai lontano, che può individuarsi
soprattutto tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta del
secolo scorso, quando si è speso troppo.
Restano tre dati. In primo luogo, nel Paese la spesa pubblica è
stata sovradimensionata. Nel decennio 2000-2010 le regioni da sole
hanno aumentato la spesa di 90 miliardi e, allo stesso tempo, la spesa
dello Stato, complessivamente, è cresciuta. In secondo luogo, abbiamo
speso spesso male, finanziando la cassa più che gli investimenti:
scegliendo la logica del day by day, anziché innovare strutturalmente
il Paese. In terzo luogo, infine, malgrado l’avanzo primario, il debito a
causa del costo degli interessi continua a crescere e anche una robusta
spending review (che pure ovviamente va fatta) non ne ridurrebbe le
proporzioni in termini significativi, visto il periodo di scarsa crescita.
Qualcuno crede che sia possibile rispettare il Fiscal Compact? Che
sia possibile ridurre di decine di miliardi l’anno il debito pubblico? La
spending review ha determinato risparmi non significativi: si è ben lontani
dalle decine di miliardi l’anno che ogni recente governo si era ripromesso
di conseguire. Anzi, la spesa al netto degli interessi negli ultimi
tre anni è continuata a crescere: si sono ridotti gli interessi, non i costi
dello Stato. Dunque, più che sul numeratore (debito pubblico) occorre
lavorare sul denominatore. Cioè sullo sviluppo e sulla crescita del pil.
In effetti, alla fine si è costretti a tornare sempre al punto di
partenza: alla necessità che l’economia si rimetta in moto e si creino
quindi condizioni strutturali che favoriscano l’azione degli imprenditori,
attuali e futuri. Il giorno in cui l’Italia tornasse a vedere
aumentare fatturati, profitti e occupazione, anche il nostro debito
sarebbe giudicato diversamente e certo sarebbe più facile ridurlo. A
lungo ci è stato detto che è l’entità del debito ad allontanare gli investimenti
e a farci punire dai mercati. Questo è vero, ma solo in parte.
Lo sviluppo Usa e di molti altri Paesi rende accettabili debiti sovrani
di ragguardevole entità. Fa premio la crescita: per questo dobbiamo
mettere al centro lo sviluppo e l’espansione della nostra economia
e convincerci che l’unica soluzione è privatizzare e ridurre lo Stato

tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Massimo Blasoni
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